sabato 20 febbraio 2010

DON GIACOMO BOIOCCHI - CAVACURTA

            Don Giacomo
Un prete che ha precorso i tempi
I suoi ragazzi


D
on Giacomo Boiocchi



 prete che ha percorso i tempi
Se Don Giacomo avesse saputo di finire tra “i personaggi illustri” del nostro paese, sicuramente si sarebbe messo a ridere. Lui che ha trascorso la vita nel più totale anonimato, accettando, per ubbidienza, di essere dimenticato da tutti, anche da coloro che aveva di più amato: i suoi ragazzi di Cavacurta.




Eppure per i suoi ragazzi di cinquant’anni fa egli è stato ed è il “mito” che nessuno è riuscito a scalzare.
E’ doveroso quindi da parte di coloro che tengono ancora nel cuore la sua meravigliosa figura di prete-amico, farne memoria perche il suo nome figuri a buon diritto tra le persone che hanno contribuito a far crescere il nostro paese.
Cenni biografici 
Giacomo Boiocchi nacque a Cavacurta il 26 novembre 1913. Figlio di Antonio Boiocchi e di Giovanna Salvatori. Non conobbe mai la madre che morì subito dopo averlo messo alla luce.
Ricevette il battesimo nella nostra parrocchia l’indomani della nascita e precisamente il 27 novembre 1913: gli fu madrina la zia Virginia Boiocchi.
A Cavacurta vivevano alcuni parenti: due zii paterni (Rosina Boiocchi e Giuseppe Boiocchi) che abitavano, guarda caso, proprio sotto il campanile, e una zia materna, Teresina Salvatori, circondata dalla numerosa nidiata dei suoi figli.
Fin da fanciullo -riferisce la cugina Franca- dicono che giocasse a fare il prete: riempiva di braci un vecchio barattolo di conserva per farne un turibolo.
Era un gioco serio, come era serio lui, bambino senza mamma, che fin da piccolo, stupiva per il suo atteggiamento ”adulto”.
Conobbe, non si sa come, la Congregazione degli Oblati di S. Giuseppe (detti Giuseppini), la cui Casa-madre era in Asti. Entrò nel seminario dello stesso istituto mel 1926, a soli 13 anni, vi compì gli studi e ricevette l’ordine del suddiaconato a 26 anni, il giorno 1° ottobre 1939, e successivamente quello del presbiterato dalle mani dello stesso vescovo di Asti Sua Eccellenza Monsignor Umberto Rossi.
Durante il seminario compì il tirocinio di preparazione al sacerdozio nelle Case dei Giuseppini di Asti, Canelli, Alba ed Armeno fino al 1940.
Diventato prete esercitò il suo ministero sacerdotale a Nuoro con vari incarichi.
Nel 1943 fece un breve ritorno a casa. Cosi apparve agli occhi del suo cugino maestro Tranquillo Salvatori:
Vidi per la prima volta p. Giacomo nel settembre 1943, proprio i giorni del Famoso e famigerato Armistizio. Ero in vacanza presso una zia alla cascina Gera di Castiglione d’Adda: mi trovai di fronte ad un sacerdote che mi dissero insegnante di materie scientifiche in Sardegna per conto dell’Istituto dei Giuseppini di Asti. Non sapevo che fosse un mio primo cugino, figlio di una sorella di mio padre. Ammetto che mi mise soggezione: in ordine, distinto, serio, composto, cordiale quel tanto necessario per corretti rapporti umani.
Gli servii messa nell’allora funzionante Chiesina di Rovedaro, ma non conoscendolo bene e non sapendo della parentela, non ebbi coraggio di parlargli a lungo. Ricordo i suoi modi schivi e spicci, le sue discussioni con la gioventù allora numerosa in cascina.
A causa della guerra non gli fu possibile ritornare a Nuoro e fu invitato ad Alba in aiuto del parroco.
Insegnò per due anni dal ‘45 al ‘47 a Barolo nelle scuole medie e dal ‘47 al ’53; a Trecate fu coadiutore del Maestro della Cantoria e della Banda ed operò come animatore dell’oratorio.
Per motivi di salute, i superiori gli permisero di trascorrere un periodo di riposo in famiglia ed egli si trasferì a Cavacurta, dove divenne collaboratore dell’allora parroco don Luigi Corradi, suo coetaneo. Alloggiava proprio dietro la chiesa a casa della zia Rosina, la quale dopo un primo periodo di buona accoglienza, cominciò a mal sopportare la sua presenza ingombrante, forse perché non disposta a sopportare la frequente presenza di bambini nella sua casa, forse anche per ragioni economiche. Don Giacomo infatti spendeva tutti i suoi soldi e quelli che riceveva da Don Luigi per i “suoi ragazzi”.
Ma, in mezzo a tante angustie e difficoltà, furono questi gli splendidi anni del suo apostolato tra noi cavacurtesi, dove profuse tutto il suo zelo di sacerdote, la sua rara competenza di musicista e l’impareggiabile capacità di animatore.
Nel 1956, dopo pochi anni della sua permanenza in mezzo a noi, Don Giacomo fu inspiegabilmente ”mandato via”.
Cosi ne parla il cugino Tranquillo Salvatori che lo vide nell’imminenza della sua partenza da noi:
Lo vidi un 26 maggio, festa dell’Apparizione della Madonna di Caravaggio. Mi trovavo all’organo del Santuario di Codogno per concordare le numerose S. Messe, che allora venivano celebrate ad ogni ora. Lo riconobbi negli abiti sacerdotali sempre composto, taciturno, col volto, però, segnato da sofferenza e preoccupazione.
La notizia del suo allontanamento colse il nostro piccolo mondo come un fulmine a ciel sereno. La notizia trapelò, nonostante il segreto con cui la faccenda era stata gestita, ed immediatamente la gioventù del paese si mobilitò: in ogni angolo apparvero scritte di sostegno e di solidarietà, ma discrete (sui muri vecchi e sui pali della luce), perché a quei tempi anche le proteste erano mantenute nell’ambito della buona educazione.
Una delegazione di mamme si recò audacemente dal vescovo di Lodi per perorare la sua causa, ma tutto fu inutile.
“Il giorno della sua partenza furono tese persino delle corde in modo da sbarrare la strada che dalla chiesa portava fuori dal paese, gesto disperato ed ingenuo che doveva impedire il passaggio dell’automobile che lo portava via”.
Tornò a Barolo, dove riprese l’insegnamento.
Per otto anni, fino a quando i Superiori decisero di chiudere la Casa di Belvedere Ostrense, esercitò il suo ministero sacerdotale nella chiesa affidata ai Padri, curando in particolare il canto e la liturgia delle funzioni sacre.
Fu trasferito quindi ad Imperia, incaricato ancora della chiesa di S.Giuseppe ed infine alla Casa di Riposo Mons. Marello in Asti come cappellano degli ospiti, dove rimase fino alla morte, avvenuta il 5 settembre 1993.
Cosi, in una lettera la Congregazione dà notizia della sua scomparsa:
Il giorno 4 settembre, sabato, celebrò ancora la S. Messa vespertina, ma con molta fatica e disturbi, riuscendo con difficolta a terminarla.
Fu accompagnato in camera: si chiamò la guardia medica, che ordinò l’immediato ricovero in ospedale e nelle prime ore della domenica 5 settembre, moriva per collasso cardiaco nell’ospedale di Asti.
P. Giacomo dimostrò negli ultimi anni alla Casa di Riposo una grande sensibilità e delicatezza, non sempre facile, verso gli ospiti, specialmente quelli ammalati e giunti al termine della loro vita terrena.
Si spegneva cosi nell’umiltà e nel silenzio un grande sacerdote ed una persona eccezionale che visse le contraddizioni del suo tempo pagando sulla sua pelle le scelte di rinnovamento in cui credeva.
Quando don Giacomo lasciò Cavacurta molte furono le supposizioni ed i commenti malevoli nei suoi confronti, ma di queste voci si è perso giustamente il ricordo, mentre rimangono vivi ed immutati l’affetto, la stima e la riconoscenza che tutti noi “ragazzi” abbiamo provato per LUI.
Testimonianze dei suoi ragazzi
Uno dei più vicini fra i suoi ragazzi, racconta:
In uno degli anni in cui frequentavo la scuola elementare arrivò in parrocchia un sacerdote come aiuto di don Luigi. Per la verità si trattava di un “padre”, ma noi lo chiamavamo Don Giacomo.
Questo sacerdote è stato la persona che ha inciso di pù nella mia vita (e non solo nella mia).
Appassinato  cultore della musica e lui stesso musicista esperto e raffinato, insegnò a tutti noi bambini l’arte del canto  ed organizzò un coro di voci bianche con la finalità principale di cantare durante le funzioni, in particolare quella della S. Messa domenicale delle 10,30 (“la mesa granda”). Non disdegnava però di organizzare anche dei ”concerti” nel piccolo teatro dell’oratorio, accompagnati alla fisarmonica  del maestro Disingrini di Pizzighettone, da Scarinzi (un noto fisarmonicista di Formigara), da Baini contrabbassista di Bertonico e da altri musicisti. Nel coro aveva individuato alcuni solisti.
Don Giacomo ci portava a volte anche a cantare nelle chiese dei paesi limitrofi in occasione di battesimi e di matrimoni.
Capitò anche che, mentre i ragazzi erano a scuola, egli entrasse a chiedere alla maestra un paio di scolari per una “necessità canora” urgente e la maestra naturalmente acconsentiva (bei tempi in cui non c’era ancora la burocrazia dei Consigli di classe e di Istituto…!)
Riuscì a farci esibire persino alla radio (allora la televisione era pressochè inesistente) nella trasmissione del Gazzettino Padano, molto seguità in tutta la Lombardia. Il titolo del servizio era “Cavacurta un paese canoro”.
 Ricordo che una mia cugina di Varese riferì di essere rimasta sconcertata quando sentì annunciare….”Da Cavacurta un piccolo paese sperduto lungo le rive dell’Adda…. “e ancora di più quando ci ascoltò cantare
Non c’era casa in tutta Cavacurta, quel giorno, che non avesse la radio accesa e molte furono le lacrime di commozione e di orgoglio che furono versate…
E non fu davvero un avvertimento da poco se un musicista esperto come il maestro Tranquillo Salvatori così commenta:
Rimasi chiaramente impressionato quando udii alla Radio presentare il coro, da lui formato a Cavacurta, che eseguiva brani polifonici a quattro voci: intonazione perfetta, fraseggio nitido, interpretazione magistrale. Chi si intende almeno un poco di musica corale, sa quanta fatica occorra e pazienza e capacità per ottenere risultati soddisfacenti in questo campo, con materiale umano che i nostri paesi più o meno affollati, mettono adisposizione
Continua l’ex ragazzo:
La presenza di Don Giacomo a Cavacurta, come dicevo ha dato un’impronta particolare alla nostra infanzia. Mai nessuno prima di lui si era occupato con tanto affetto e tanta intraprendenza della gioventù: ci portava in due o tre sulla Vespa (ovviamente senza casco, allora nessuno l’aveva!) in giro per i paesi vicini. Lo accompagnavamo a volte a fare la spesa, che per lui consistevano sempre nel comperare regali da mettere in palio per i nostri grandi giochi (conservo ancora un vocabolario di francese che vinsi allora!): a volte a far visita a qualche suo amico prete, ecc.
Ci portava a fare passeggiate a piedi e a giocare sul ”custòn del siur Renato”, fino al confine di Maleo.
Dove ora purtroppo sorge una discarica, un tempo c’era”el sabiòn”. Spesso, essendo territorio di confine fra i due paesi , era teatro di scontri fra i ragazzi di Cavacurta e di Maleo, a suon di pistole di legno caricate “a melga”.
Alle bambine era rigorosamente vietato partecipare, tutt’al più era loro concesso di fare le crocerossine e soccorrere i feriti…
Eravamo sempre impegnati in sua compagnia: uscivamo dalla scuola alle 16 e, scendendo per il sentiero, andavamo direttamente alle prove di canto e poi ci fermavamo a giocare sul piazzale, tutti insieme, a volte fino all’ora di cena.
E guai a chi mancava alle prove!!! Ricordo che una volta ”bigiai” per andare a cogliere i “muròn”. Tornando a casa, lo trovai lì che mi aspettava per sgridarmi davanti ai miei genitori, perché voleva che prendessimo gli impegni con serietà.
A proposito del “sciùr Reato” (Terzaghi Renato, ricco possidente senza figli che risiedeva nalla cascina poi gestita dalla signora Bottoni).. egli aveva in casa una delle prime televisioni (forse l’unica in Cavacurta – era l’anno 1955!). Solo i ricchi se la potevano permettere ai tempi, dato l’elevato costo dell’apparecchio e l’esiguità dei salari della povera gente.
Poiché il signor Renato e sua moglie erano molto affezionati a don Giacomo, lo invitavano spesso alla sera dopo cena per assistere ai programmi televisivi. Don Giacomo non vi andava solo e portava a turno alcuni suoi ragazzi più meritevoli; facevamo tutti a gara per essere fra questi!.
Un amico aggiunge:
Spesso Don Giacomo, nel tardo pomeriggio, faceva delle ripetizioni (naturalmente gratuite), in casa della zia, ai ragazzi che studiavano all’avviamento di Pizzighettone. Ci suggeriva spunti per temi, nei quali non brillavano per destrezza. Ricordo che una volta mi diede da commentare addirittura una citazione dantesca: la Vergine Maria; io sapevo che lui era innamorato della Madonna, ma confesso che mi sono trovato davvero spiazzato davanti ad un compito cosi alto.
Grande entusiasmo suscitò in Cavacurta la nascita della prima squadra di calcio locale che fu chiamata “Leonina”. Le partite venivano disputate nel campo sportivo di Camairago. Questi alcuni dei “campioni”: fratelli Bernini, Mario Ghizzardi, Dino Anelli, Diego Orlandini, Rocca Luciano, Ettore Ferrari, Romano  Cella.
Don  Giacomo trasmise oltre che la passione del calcio anche quella di un tifo sfegatato per il suo Milan: non è a caso che a Cavacurta ci siano ancora oggi tanti milanisti.
Io ero piccola ai tempi di Don Giacomo, frequentavo la prima elementare, ma forse per il privilegio di avere una sorella già grande, era consentito anche a me e a Emiliano di partecipare alle prove di canto. Noi non partecipavamo alla corale, ma solo ai concertini che si tenevano all’oratorio.
Don Giacomo non aveva altro mezzo per suonare se non l’organo della nostra chiesa e proprio li, chiedendo scusa a Gesù per l’irriverenza, insieme alle canzoni di chiesa, imparavamo anche  le “canzonette”.
Fuori da scuola. Senza neppure fare merenda, si correva sul piazzale, si gettava la cartella contro il muretto del costone e via… sull’organo!!!
Che gioia si provava!! Unico rammarico…non riuscivo a vedere giù perché il balcone era troppo alto per me…
Don Giacomo voleva con sé tutti i ragazzi, nessuno escluso. Faceva un provino per individuare il tipo di voce e se proprio …non era il caso… si poteva sempre tirare il “mantice” dell’organo!!! A questo scopo i volontari addetti ufficiali erano Sandro e Onorato. Qualche volta ho provato anch’io, ma riconosco che non era una cosa facile!
I cantanti solisti più acclamati erano Pinuccio e Giulio, le soliste Mina, Elsa e Pierrosa. Io le guardavo con ammirazione sconfinata, mentre duettavano con ”Marietta monta in gondola.” o con “Son fili d’oro…o ”Ciribiribin”….”
Don Giacomo dirigeva il coro con la bacchetta regolarmentare che, certe volte, usava per scopi non proprio…ortodossi!
Una corista confessa:
Io ero tremenda, e durante le prove ho preso tante bacchettate perché chiacchieravo, mi giravo indietro e non stavo attenta!!! Tornare a casa con la testa “furmighenta”
A qualcuno il tocco della bacchetta serviva a tenerlo sveglio, quando il concerto serale si protraeva.
C’era in paese chi sosteneva malevolmente che era un “prete matto” perché portava i ragazzi sul barcone all’Adda, o li stipava come sardine nella giardinetta di Molaschi per trasportare il più possibile ad un concerto in trasferta, ma chi sa dire qual è il confine tra santità e follia?
Spesso non gli bastavano i soldi per farci felici tutti, ma trovava sempre provvidenzialmente qualche anima buona che gli veniva in aiuto.
Quante volte entrava nel piccolo bar di Nice con un gruppo di bambini per offrire loro il gelato e si accorgeva che…non aveva soldi a sufficienza… e la cara signora li faceva bastare!!
Questa un’ultima testimonianza:
Quando don Giacomo fu mandato via tutto il paese insorse contro la decisione del Vescovo. Io ricordo una particolare scritta che apparve sul muro davanti alla finestra di casa mia, diceva ”Cade la neve lenta e bianca, viva don Giacomo anima santa”.
L’autore, come si può notare, pur amareggiato, esprime il suo dolore e la sua solidarietà con parole poetiche e non astiose (allora cosi andava il mondo, cosi avrebbe voluto il nostro don!)
Nonostante tutti i nostri sforzi don Giacomo fu costretto a partire per la nuova destinazione. Lo accompagno in questo triste viaggio il suo amico signor Renato con il suo macchinone ( se ben ricordo una Flaminia Lancia).
C’ero anch’io con loro e quella volta non avrei voluto esserci: fu un’esperienza molto triste e il distacco fu molto doloroso per tutti.
Don Giacomo non fece più ritorno ufficialmente a Cavacurta, ma ne conservò sempre un grandissimo rimpianto.
Dopo molti anni un giorno capitò a casa di un suo ex-ragazzo e, di nascosto, come fosse un “clandestino”, si fece accompagnare in macchina a rivedere i luoghi dei suoi giorni felici: la chiesa, il piazzale, i custòn, la Madonna della Fontana…
Nessuno di noi bambini lo rivide mai più.
Al suo funerale parteciparono oltre ai vecchietti commossi e riconoscenti della Casa di Riposo, anche alcune delegazioni di ex suoi ragazzi provenienti dai vari paesi in cui aveva esercitato il suo ministero, tra questi anche noi di Cavacurta.
Tra le innumerevoli doti che don Giacomo possedeva, un suo ragazzo ricorda in particolare la franchezza, che contraddistingueva il suo parlare ed il suo agire (non sempre apprezzata, in particolare dai superiori, che spesso la scambiavano per arroganza); e soprattutto la carità che egli esercitò nei confronti di tutti, dai ragazzi dell’oratorio ai vecchietti della Casa di Riposo, una carità esemplare che lo ridusse ad avere solo il necessario per vivere e… qualche volta neppure tanto!
Al termine di questa incursione nella piccola storia del nostro paese devo confessare che, parlando con testimoni, ho sentito vibrare ancora in ciascuno di loro un vivissimo affetto e un’infinita tenerezza come raramente accade al ricordo di una persona lasciata molto tempo fa.
Rivivere nelle parole degli amici con questa esperienza comune ci ha fatto davvero bene e ci ha ringiovanito di cinquant’anni!
Grazie, Don Giacomo, sei ancora e per sempre nei nostri cuori!







                                                                  (Luisa Cella)
                                                             (Post di Pietro Palazzina)

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